Lo ammetto, per me il vino bianco d’estate è come le vacanze sui monti: belle, per carità, ma non chiedetemi di calpestare i pascoli montani accarezzando caprette. Per me, dal solstizio d’estate in poi, “il vino” è solo rosè. Ieri, per dire, è tornata al signore senza troppi rimpianti l’ultima boccia di un negroamaro/malvasia da libidine: la migliore della stagione. Non chiedetemi di entrare in particolari scabrosi perchè trattasi di vino-del-mio-migliore-amico, per cui mutismo e rassegnazione. Però, pensavo, potrei divertirmi a smontare alcuni dei miti più coriacei che girano intorno al rosè, un piccolo vademecum del tipo “forse non tutti sanno che”. E allora dai, cominciamo col più duro a morire:

“il rosato si ottiene mischiando il vino rosso con il bianco” – Fateci caso: a sparare l’immane cazzata è sempre quell’amico pirla e un po’ snob col maglioncino sulle spalle. Per lui il rosato è un intruglio di cantina fatto con i resti di passate vendemmie: uno schifo imbevibile. Inutile spiegargli che la miscelazione di vino rosso e bianco in Italia è vietata per legge, e che lo splendido colore è frutto di una macerazione millimetrica sulle bucce. Non capirebbe. È troppo preso dalla carta dei vini e sta ordinando uno Champagne Rosè da abbinare al colore dei suoi occhi. Chi glielo dice a uno così che  i francesi possono incrociare rossi e bianchi anche di diverse annate perchè la legge europea glielo permette? Essì, la chiamano cuveé, ma si pronuncia “marketing”.

“Il rosè lo hanno inventato i francesi” – O anche “giochiamo a chi ce l’ha più lungo”. L’origine, diciamolo subito, è incerta: per i nostri avi era normale aggiungere vino bianco per alleggerire il rosso. Il disciplinare del Chianti pre-merlot ad esempio, prevedeva l’aggiunta di uve bianche trebbiano o malvasia (il famoso “governo toscano“). In Francia, nel frattempo (XIII sec.), impazzavano i claret, ovvero, “quando i Bordeaux non dovevi affettarli prima di mangiarli”. Oggi tutti si appropriano dell’invezione ma l’amara verità è che i primi rosè macerati sulle bucce sono di origine pugliese. Attenzione, però: il mitico Five Roses di Leone de Castris è nato “solo” nel dopoguerra. Molti anni prima, nel 1890 circa, il Conte Pavoncelli di Cerignola, già vendeva ai francesi un rosè da uve Nero di Troia. E, tranquilli, ho le prove.

“i rosè si assomigliano un po’ tutti” – Mi stai provocando, vero? Tu stai dicendo che riesci a capire da quale lato della collina arriva quel Barolo ma non distingui un Chiaretto del Garda da un Salice Salentino? E tu saresti un sommelier? Ma fammi il piacere!

Nothing is quite as emotive as a glass of chilled rosé on a hot summers day. Whether it’s a BBQ, family party or even an alfresco drink with friends, there’s always a blush to suit the occasion. Our thirst for rosé, in particular from Provence, has seen production hit record levels – in 2007 the region exported 5m litres, last year it was almost 30m. With that in mind we’d advise looking beyond big-names from the South of France and considering some of the newer countries and regions to enter the rosé market.

“For many, rosé has meant one of two things – pale and summery, or dark and sickly,” explains Charles Cutterdige, Rosé Buyer at Majestic. “But we’re seeing a huge change in the category now, as more styles come in. Malbec is a great example. It has popular appeal as a red wine but we’ve had increased interest in our pink styles too. It’s the same with other grapes, like Pinot Noir, as well as whole regions – like Lisbon.”

From: indipendent.co.uk

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